La luce di Orione

Oh, quanto sarebbe stato meglio se la saga di Eymerich si fosse conclusa dopo Il castello di Eymerich! Era tutto perfetto: Eymerich respingeva l’amore di Myriam e si allontanava da lei per sempre, e poi quella bella postfazione in cui Evangelisti ripercorreva, a Gerona, i luoghi frequentati dall’Eymerich storico, in cerca della sua tomba, come se volesse prendere congedo dal suo personaggio…
Invece, ci siamo dovuti sorbire Mater terribilis e ora questo La luce di Orione, uno peggio dell’altro, e in mezzo l’insulso La furia di Eymerich: davvero una pessima coda finale.

Questo ultimo (finora) titolo è di una noia incredibile fino a pagina 300 (su un totale di 343, perciò traete voi le conclusioni). Siamo nel 1366. Non si capisce perché, a Nicolas Eymerich salta in testa il grillo di andare a Costantinopoli al seguito della crociata del conte Amedeo di Savoia, in soccorso al morente impero bizantino assediato dai turchi. Lo fa per qualche motivo collegato a un affresco visto a Padova (e che è stato il pretesto perché facesse la conoscenza, poco amichevole, con Francesco Petrarca) e a una certa storia su dei giganti, ma davvero non si capisce quali percorsi segua la sua mente. Eppure, attenzione! Andando avanti a leggere, si scopre che tutti questi eventi seguono una logica e hanno un preciso scopo, o almeno così ci giura l’autore: se lo dice lui… A me continua a sfuggire, ma mi fido: giunta, stremata, verso la fine, quando viene fatta questa fondamentale rivelazione, avevo solo voglia di arrivare in fondo, non avevo la minima intenzione di andarmi a rileggere quei pezzi a pagina 20 circa per scorgervi qualche barlume di logica.
Il libro si apre con la scena dei confratelli domenicani di Eymerich che, a Gerona, gli vanno contro perché ritengono i suoi metodi troppo crudeli: in effetti stavolta si sarebbe tentati di mandarlo a quel paese anche noi, il nostro inquisitore, perché per tutto il libro sembra che a Nicolas girino altamente le scatole per qualche suo motivo ed è insopportabile, di una stronzaggine unica, non fa che rispondere male a tutti.
Tutta la prima parte del romanzo è di una barba incredibile, si va al seguito di questa spedizione, con Eymerich che ogni tanto mette insieme vari indizi che secondo lui sono collegati, va in giro a dire “sì, sì, è tutto chiaro”, e uno gli vorrebbe chiedere “ma che? ma dove? ma cos’è che cerchiamo, esattamente?”. Si dovrebbe alludere a qualche oscura minaccia sovrannaturale, il tutto però usando il più trito e irritante degli espedienti dei polizieschi “classici”, con il protagonista che, ovviamente, ha capito tutto da un pezzo e però, chissà perché, a quale scopo, non vuole dirlo a nessuno, neanche se lo si prega in ginocchio, neanche al suo fido aiutante, cosa che fa imbestialire qualsiasi lettore.
Si va avanti fra grandi sbadigli, infiniti bla bla con questo e quello, bizzarre visioni, “o mio Dio, che stregoneria è mai questa?!” (la “spalla” che accompagna Eymerich in questa avventura è di nuovo frate Bagueny, personaggio insopportabile, che si vorrebbe dipingere simpatico e arguto ma che è assolutamente implausibile: un minuto dopo aver assistito alle scene più allucinanti e terrificanti, sembra sempre dimenticare tutto subito e due righe dopo essere stato descritto come sconvolto dalla paura è là che si lamenta perché ha fame, è stanco, o si mette a fare battute spiritose), e dialoghi didascalici sulla situazione del decadente impero di Bisanzio.
Raramente, nei volumi precedenti, era capitato che non vedessi l’ora che si interrompessero i capitoli dedicati a Eymerich per lasciare spazio alle trame parallele, che si svolgono l’una più o meno ai nostri giorni e l’altra in un lontano futuro, che sono molto più interessanti e vedono il ritorno dello sfortunato Marcus Frullifer: peccato che occupino molte meno pagine della sconclusionata vicenda ambientata nel Medioevo.
Non si vede proprio l’ora di arrivare al delirio finale, che almeno è un po’ movimentato e riscuote un minimo dal torpore in cui si era caduti a leggere le precedenti, noiosissime, 300 pagine.

Ora, arrivata alla fine della saga (resta da leggere Metallo urlante, ma quello è un libro un po’ a sé, credo), posso stilare la mia classifica personale:

1. Cherudek (episodio 5)
2. Il castello di Eymerich (episodio 7)
3. Nicolas Eymerich, inquisitore (episodio 1)
4. Il mistero dell’inquisitore Eymerich (episodio 4)
5. Le catene di Eymerich (episodio 2)
6. Il corpo e il sangue di Eymerich (episodio 3)
7. Picatrix. La scala per l’inferno (episodio 6)
8. Mater terribilis (episodio 8)
9. La luce di Orione (episodio 9)
(10. La furia di Eymerich – episodio 8b)

Mi piacerebbe sapere anche cosa ne pensa qualche altro lettore della saga.

Valerio Evangelisti, La luce di Orione, voto = 2/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

Advertisements

3 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana

3 risposte a “La luce di Orione

  1. utente anonimo

    Non sono molto concorde con te, questa volta 🙂
    Il primo pezzo con Petrarca credo sia la rielaborazione di un pezzo scritto su commissione. vedo nella scheda che wikipedia gli dedica che Evangelisti ha scritto per l’Università di Padova un “La sala dei giganti” con Eymerich protagonista. Immagino Evangelisti abbia voluto in qualche modo riutilizzarlo.
    Per il resto anche io credo che sia un po’ tirata la spiegazione di come da Padova finisca alla corte del Basileus. L’idea di base, ed anche le descrizioni bisantine non mi sono dispiaciute, anche se obiettivamente anche io avevo notato che, dopo svariati romanzi, l’autore inizi a fare dell’automanierismo
    Franz Joseph

  2. Da una parte spero non ci siano altri romanzi di Eymerich, visto che gli ultimi mi hanno delusa. Dall’altra però mi piacerebbe leggere della sua infanzia e giovinezza, la formazione, etc. Sono curiosa di capire cosa succederà a Frullifer, vorrei rivedere in azione padre Corona, magari di nuovo ai nostri giorni.
    Non capisco come mai Evangelisti si sia giocato subito la “carta Myriam” facendo seguire a Picatrix direttamente Il castello di E.: non credo che, in un eventuale romanzo futuro ambientato dopo il 1369 (sappiamo che per gli otto anni precedenti non l’ha più rivista), il personaggio ricomparirebbe, ormai non potrebbe più aggiungere nulla di nuovo. Io l’avrei “tirata” un po’ più per le lunghe con questa storia. A meno che, come sospetto, Il castello fosse stato effettivamente pensato in origine come l’ultimo della serie.

  3. Pingback: Metallo urlante | libri ... e basta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...