Il castello di Eymerich

Aiuto. Immagino che, quando sarò arrivata alla fine dell’ultimo romanzo della serie di Eymerich, non vorrò più neanche sentir parlare dell’inquisitore per un bel pezzo. Non che sia pentita dell’averne iniziata la lettura, tutt’altro! È solo che, al settimo romanzo in poco più di 15 giorni, sta subentrando una legittima stanchezza e una certa sensazione di indigestione. Forse mi ci sono buttata con troppo entusiasmo. Comunque, siamo a -3.

Detto questo, il giudizio su Il castello di Eymerich è comunque molto positivo. Forse è stato quello più difficile, o faticoso, da leggere, non perché la trama sia (eccessivamente) complicata (una certa dose di complessità è la regola, qui!), ma perché… mi sono emozionata per il mio Nicolas, accidenti!
Non c’è niente da fare, se sei il protagonista di un romanzo o di un film, ti piaccia o no, prima o poi devi avere una storia d’amore. Il fatto che anche un tipo non esattamente simpatico e alla mano come Nicolas Eymerich, frate inquisitore dell’ordine di San Domenico, glaciale, spietato, fanatico, trovi una donna che letteralmente sbava per lui è un incoraggiamento per tutti noi single, vuol dire che davvero c’è speranza per tutti.

Scherzi a parte. 1369. Siamo a Montiel, Nicolas è stato chiamato, assieme al suo anziano collega, l’esorcista padre Gallus, nella rocca di re Pietro di Castiglia, posta sotto assedio dal fratellastro del sovrano, Enrico di Trastamara. Nel castello avvengono fatti inquietanti e inspiegabili, apparizioni, rumori sinistri, spettri, sembra che la stessa struttura viva di vita propria e nasconda un terribile segreto. Il progetto è opera di alcuni saggi ebrei, e infatti la struttura ricalca una figura della Cabala, con un preciso scopo. Nicolas Eymerich indaga sulla cosa, dovendosi scontrare contro i propri pregiudizi e il proprio odio antigiudaico, ma soprattutto a turbarlo è la scoperta che nel castello è nascosta anche Myriam, la giovane ebrea da lui lasciata libera otto anni prima (Picatrix), per la quale non riesce ad ammettere soprattutto con sé stesso tutto il desiderio che prova. Le scene fra i due sono di una carica erotica che mi ha turbata e alla fine, quando sembra che si congiungano (complicato da spiegare!), mi sono un po’ commossa! Ah, l’amore…
L’unico difetto che trovo a questo episodio, e che lo fa collocare leggermente al di sotto di Cherudek, finora sempre il migliore (diciamo che il podio provvisorio è Cherudek e a pari merito questo e Nicolas Eymerich, inquisitore), è che alla fine sfocia tutto in un’Apocalisse assurda che a tratti suona un po’ grottesca, mostri di qua, mostri di là, tuoni, fulmini, etc. C’è poco da fare, le scene di azione parossistica, sulla pagina, funzionano meno che al cinema, per alcune situazioni l’immagine è proprio fondamentale, almeno per me, a leggerle certe cose suonano inevitabilmente forzate, pesanti, lente, eccessive, un po’ ridicole, in un bel filmone con effetti speciali come si deve, invece, magari risultano impressionanti e terrificanti come si propongono. Dove il libro è insostituibile, invece, è nel costruire il prima, l’atmosfera (o anche, nel fornire dettagli e spiegazioni degli eventi, che in un film dovrebbero essere risolti, nella maggior parte dei casi, con dialoghi didascalici).

Ancora una volta lo scontro è tra la condanna del desiderio sessuale imposta dal cristianesimo e la sua libera espressione, simboleggiata dalla figura di Myriam che tanto turba la mente dell’inquisitore.

Valerio Evangelisti, Il castello di Eymerich, voto = 4/5
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