L’università truccata

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Il dibattito sulla scuola e sull’università è molto caldo attualmente, e allora ho voluto leggere questo breve saggio di Roberto Perotti, L’università truccata, caldamente consigliato in un editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera.

Si tratta di un libro alquanto impietoso, che nella prima parte affronta quelli che definisce i “falsi miti” dell’università italiana, e cioè che: 1. gli episodi di clientelismo e di baronaggio siano sostanzialmente isolati, 2. l’università italiana è sempre a corto di finanziamenti da parte dello Stato, 3. nonostante ciò, sia comunque all’avanguardia nella ricerca.
Perotti non è affatto d’accordo, e sostiene che a fronte di lagne continue non ci sia, da parte del mondo accademico, reale volontà di migliorare la situazione: e questo perché nessuno paga realmente per i propri comportamenti negativi. D’altra parte non è che si possa sperare di risolvere le cose introducendo costantemente nuove regole e nuove riforme con un pesante dirigismo statale, o delegando la riparazione delle storture alla magistratura.

Insomma, la ricetta proposta da Perotti, illustrata nella seconda parte, quella “costruttiva”, del suo volume, è “le risorse seguono la qualità”. È sbagliato, secondo lui, tendere ad avere 100 università tutte allo stesso livello, un Paese in fondo non grande come l’Italia non può permettersele. La selezione avverrà “naturalmente”, facendo sì che le università competino virtuosamente tra loro per le risorse, che saranno erogate dallo Stato proporzionalmente ai meriti che potranno dimostrare nel campo della ricerca e dell’insegnamento. Così facendo, sarà interesse delle stesse università, degli stessi professori far sì che non si verifichino fra di loro casi di malcostume accademico (il rettore che chiama il genero o l’amante, professori che si scambiano favori per far vincere i concorsi ai propri protetti), perché allo scadimento di qualità e prestigio dell’ateneo che comporterebbero farebbero seguito drastici tagli nei finanziamenti, e di conseguenza nelle buste paga.
Inoltre, a rischio di passare per impopolare, Perotti sostiene inoltre che le tasse universitarie, per chi può permettersele, andrebbero alzate di molto, a discrezione dei singoli atenei: la situazione attuale, secondo lui, è che i ricchi frequentano l’università praticamente gratis. Facendo pagare di più, sarebbe possibile dare aiuti più concreti ai meritevoli abbienti. Se le famiglie fossero costrette a pagare di più, pretenderebbero un servizio migliore: ancora una volta, l’università che si screditasse da sola con un livello di personale e di corsi scadente, vedrebbe diminuire gli studenti migliori, sarebbe costretta ad abbassare le tasse, reclutando però solo quelli peggiori, ergo incentivo a far bene. Perotti sostiene molto ragionevolmente però che questo “potere” delle famiglie di condizionare le università sarebbe possibile solo se si rendesse meno drammaticamente costosa la mobilità studentesca, e quindi alloggi meno cari, etc.

L’idea di fondo è che in Italia, a parole, “tutti vogliono premiare il merito”. Ma farlo sembra sempre un altro discorso. Per Perotti questa idea non può essere disgiunta da quella, complementare, di punire il demerito, e soprattutto deve agire sull’unico punto sul quale tutti siamo sensibili, che spesso non è, purtroppo, il senso civico o l’amore per la ricerca o la cultura, ma la busta paga.
Ho dovuto sintetizzare molto tutti i punti di questo interessante libretto, che però consiglio, se non altro per sentire un’altra campana rispetto a quella a volte un po’ demagogica del mondo accademico costantemente messo in pericolo da politicanti senza scrupoli e ignoranti. Inoltre, è apprezzabile che l’autore non si sia limitato a denunciare ciò che non va nel mondo dell’università, ma abbia proposto una sua ricetta organica e particolareggiata.

Roberto Perotti, L’università truccata, voto = 3/5
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