I sentieri del cielo

Finito di leggere il romanzo I sentieri del cielo, di Luigi Guarnieri. Senza infamia e senza lode, o meglio discreto, già il fatto che lo abbia terminato in una notte e una mattina depone a suo favore. Ambientato nel 1863 fra le montagne della Calabria, segue le vicende di un manipolo di soldati dell’esercito del neonato Stato italiano guidato dal maggiore Albertis, impegnato nella feroce caccia al bandito Boccadoro. Naturalmente, non esistono “buoni” e “cattivi”, spaventosi massacri avvengono da una parte e dall’altra, i soldati, per la maggior parte venuti dal Nord, non capiscono nulla della storia e della cultura della popolazione, li ritengono animali superstiziosi e ignoranti, mentre dal canto loro i contadini e i pastori sono totalmente indifferenti alla retorica della fine del malgoverno borbonico e dell’Unità del popolo italiano.
Difetti del libro: i soliti del romanzo storico, purtroppo. Ovvero che l’autore non sa mai, credo, quanto può dare per acquisito nel lettore, perciò ogni tanto ti ritrovi con personaggi che ti recitano una pagina del manuale di storia (qui per di più questi discorsetti vengono pronunciati talvolta da personaggi improbabili) o che fanno le classiche “profezie”, in modo tale da rendere il più possibile esplicita l’idea di fondo dell’autore (“il Sud non verrà mai pacificato se…”). Probabilmente è inevitabile, e ora non mi vengono in mente romanzi di questo tipo che sono esenti da queste pecche; che poi sono difetti per me, perché mi sembra che tali brani stonino con il ritmo e lo stile del resto del racconto, ma che per altri possono sembrare utili, istruttivi e interessanti. D’altronde il sistema alternativo forse sarebbe solo un avviso sulla prima pagina che dicesse “Prima di leggere questo romanzo è consigliabile la lettura di…”, segue bibliografia sul periodo e l’argomento trattato, il che mi rendo conto che sia poco praticabile!
Forse proprio perché l’autore si era messo in testa di dare un’idea della complessità estrema delle posizioni e delle situazioni di quella che fu una vera e propria guerra civile, ogni personaggio finiva per incarnare un po’ un “tipo”: anche questo comprensibile, ma è un espediente narrativo che odio, perché il giochino si “sgama” subito e finisci per non sorprenderti più delle parole e delle reazioni dei protagonisti, le prevedi. Va beh. C’è anche una storia d’amore appicciccata lì proprio a cavolo, questa invece non l’ho proprio capita e non se ne sentiva il bisogno. I personaggi femminili, e quelli del passato più che mai, sono quasi sempre quelli più deludenti: quest’avversione sistematiche alle eroine dei romanzi che leggo comunque sta cominciando a stupirmi.

Detto questo, il libro è interessante e avvincente; un po’ splatter, non te lo aspetteresti da un romanzo ambientato nell’800 (non so se riesco a spiegarmi, ma io mi immagino sempre che se uno scrittore intende calarsi in quel periodo storico deve adottare anche una prosa “classica” e adatta al periodo… il che invece non è per nulla obbligatorio), ma non eccessivo: è degli orrori di una guerra che si sta parlando, in definitiva.
Il maggior pregio comunque era la figura del suo protagonista, il maggiore Albertis. Raro che l’eroe mi piaccia così tanto: incredibile a dirsi, ma stavolta mi sarebbe anche piaciuto vederlo vivere una storia d’amore con uno dei personaggi femminili. Non che fosse un tipo estremamente simpatico, per la verità: un ufficiale ormai prigioniero delle logiche della guerra, e rassegnato alle sue crudeltà, che esegue gli ordini che gli sono affidati nel miglior modo possibile, ma non si occupa di discuterli o indagarne le ragioni. Cupo, torvo, un duro che ne ha viste di atrocità, ma con un alto senso dell’onore, non gratuitamente crudele, e legato ai suoi sottoposti. Peccato che verso la metà del libro questo ritratto viene modificato in senso negativo perché evidentemente l’autore ha deciso che era arrivato il momento di spingere sul pedale dell’assunto “i soldati non sono migliori dei banditi”, e allora abbastanza bruscamente Albertis diventa sempre più bastardo. Sul fatto che i soldati non siano, né allora né oggi, i paladini del bene senza macchia, siamo tutti d’accordo, per carità, però forse la transizione nell’economia della narrazione si è avvertita in modo troppo netto. Tanto comunque ormai io il mio Albertis lo immaginavo già come un gran fico supersexy, e Guarnieri poteva anche farlo andare in giro a decapitare civili inermi che gli avrei sempre sbavato dietro.
Com’è ormai uso nei romanzi, c’è una fine un po’ interlocutoria, ma tutto sommato non orribile, il che, di questi tempi, è un bel traguardo.

Luigi Guarnieri, I sentieri del cielo, voto = 3/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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