Fratelli di sangue

Ho finito oggi di leggere un libro “trovato” a casa, un regalo di qualcuno, Fratelli di sangue di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso; il primo è sostituto Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, il secondo uno scrittore che ha già pubblicato diversi volumi sulla criminalità organizzata in Calabria. Il libro infatti parla della ‘ndrangheta, la cosiddetta “sorella minore” di mafia e camorra, quella che “non fa notizia” o, se vogliamo, ne fa di meno. Molto giustamente i due autori avvertono subito il pericolo di questa sottovalutazione, e lo scrivono fin dall’introduzione:

“La ‘ndrangheta, per decenni, è stata ritenuta una versione stracciona, casareccia, della mafia siciliana, un fenomeno tipico dell’arretratezza, rinchiuso in Calabria nella monocultura dei sequestri di persona. E questa lunga e pericolosa sottovalutazione ha contribuito a farla diventare una multinazionale, capace di condizionare non solo la politica, ma anche i modelli, i consumi ed i costumi. Oggi, secondo alcune stime, la mafia calabrese avrebbe un volume d’affari che si aggira attorno ai 36 miliardi di euro” (p. 13).

Il cuore del libro, e la sua parte più corposa, è una minuziosa mappatura di tutte le ‘ndrine presenti soprattutto nella provincia di Reggio, ma anche nel resto della Calabria, in Italia e nel mondo, degli esponenti principali, dei traffici di cui si occupano. Non è facile da leggere, perché ripetitiva e, se non ci si sofferma troppo a pensare, noiosa, si ha la tentazione di saltare qualche pezzo, qualche elenco di nomi, “tanto è sempre uguale”. Poi però… vedi che continua per pagine e pagine, vedi che non c’è una località per cui non si trovi scritto “qui sono attive le ‘ndrine X e Y”, si ripetono ossessivamente frasi come “Tizio fu assassinato nel …, a seguito di ciò scoppiò una sanguinosa faida tra i locali di Caio e Sempronio, Caio fu a sua volta ucciso nel …”, si accumulano i morti ammazzati, si riportano le cifre pazzesche guadagnate con il traffico di droga o di armi, con lo sfruttamento della prostituzione, con le estorsioni, ti fermi un attimo a considerare tutto ciò e ti senti preso da un senso di impotenza e frustrazione.

La parte più sinistramente interessante è comunque quella dedicata alle leggi, ai codici, al linguaggio, alla complicata e ramificata gerarchia: in appendice sono riportati vari documenti, alcuni inediti, comprendenti statuti della società, con esempi di riti di affiliazione, formule, gesti, cerimonie particolari come il “giuramento del sangue”, il “giuramento del veleno”. Frasi e frasi che a noi sembrano assolutamente senza senso come “A nome dei nostri vecchi antenati cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Scarcagnosso che dove c’erano due caretti piantarono due lunghi spadini e fecero guerra in Calabria, in Sicilia e in tutto lo Stato napolitano dove c’era una palla che andava in giro in tutto il mondo calda come il fuoco fredda come il ghiaccio e umile come la seta e giuriamo saggi compagni che chi di noi la scoprirà la pagherà da 3 a 5 colpi di pugnali come è prescritto per regola sociale. Calice d’argento, ostia consacrata con parola d’umiltà la Società è formata” (per dichiarare aperta una riunione di ‘ndrangheta, p. 272), oppure “Vi coprisco di rose e di fiore. Vi garantisco per uomo d’onore alla mia spalla, vi voglio portare con coltelli e con senza nessuna trascuranza. Se oggi in poi trascurerai, col sangue la pagherai. Umiltà bella come m’insegnasti pieno di rose e fiore mi copristi. Alla nostra spalla tre specialità di uomini non possono appartenere sbirri, ‘nfami e quelli che fanno lavori speciali. Giusto appunto questa mattina m’incontro con un soldato col cuore di leone e con un pugnale in mano per incontrare la sedia di recluso e quella sedia camorrestale” (p. 278; altri esempi alle pp. 269, 273, 275, 276, 285), cantilene da pazzi, ma che un uomo d’onore si impara religiosamente (letteralmente: l’uso di riferimenti sacri e liturgici è frequentissimo, e naturalmente a un credente appare ributtante) a memoria (è vietato scriverle); pagine e pagine di questi “mantra” ossessivi e ripetitivi, con schemi in fondo tipici della cultura orale (rime, storpiature, miti di fondazione come quello dei tre cavalieri spagnoli di cui sopra, riferimenti alla Madonna, ai santi, ecc.) che, sembrerà difficile da credere dagli esempi appena citati che paiono buffi o persino ridicoli, alla fine mettono i brividi.

Si penserà, queste sono procedure “arcaiche” risalenti a tempi in cui la ‘ndrangheta aveva ancora qualcosa di “romantico” e “popolare”: invece, a detta degli autori, sono ancora questi i codici cui si attengono gli attuali criminali che hanno le mani in pasta dappertutto e che non potrebbero essere più lontani dalla figura del vecchio capo-bastone che vive in mezzo alle montagne. Uno degli aspetti più caratteristici della ‘ndrangheta, infatti, sarebbe stato quello di evolversi mantenendo però sempre salde le proprie tradizioni e le proprie radici “calabresi”, dall’Australia al Canada, in qualsiasi contesto.

Mi ha molto colpito l’uso spregiudicato della politica dei matrimoni fra membri di varie famiglie per saldare alleanze o ricomporre faide, un vero e proprio “tuffo nel passato” in cui le unioni venivano letteralmente decise a tavolino, e si parla di anni Ottanta, Novanta, e forse ancora oggi.

Ma ancora più spaventoso è questo passo: “[Antonio Zagari, un pentito] ha dichiarato che il vincolo associativo si estingue solo con la morte, oppure con il tradimento o con l’espulsione per indegnità. E ha precisato: «L’ipotesi che un espulso dalla ‘ndrangheta continui a rimanere in vita è […] assai remota. In ogni caso, anche se l’organizzazione dovesse decidere di non uccidere un ex affiliato, a questi verrebbe tolto il saluto e nessun uomo d’onore potrebbe più frequentarlo». […] Tuttavia, ha spiegato ancora Zagari, «esistono casi, anche se rarissimi, in cui un appartenente alla ‘ndrangheta può ritirarsi a vita privata, ma anche quando è concesso di ritirarsi in ‘buon ordine’ (questo è il termine usato dalla ‘ndrangheta), la persona che si ritira ha sempre e comunque l’obbligo di mettersi a disposizione dell’organizzazione, se richiesto, in qualsiasi momento e per tutta la vita»” (p. 77). A questo senso di “condanna” definitiva e senza via di scampo si ricollega allora anche la strage compiuta da Serafino Castagna, che, nel 1955, esasperato, uccise cinque persone, tra cui il padre, che lo aveva fatto affiliare giovanissimo alla ‘ndrangheta e “lo aveva avviato lungo una strada senza ritorno” (p. 41). Perché se nasci in certe famiglie non c’è modo di sottrarsi, e solo “sangue o infamità” possono sciogliere questo vincolo.

Naturalmente, per me che sono parte di questa famiglia la lettura di simili cose e di dati così sconfortanti ha messo una grande tristezza, specialmente le pagine su Cittanova.

C’è un aneddoto che mi è stato raccontato ma non ricordo molto bene, mi pare che mio padre che mio padre lo attribuisca al nonno, ma forse è una frase non direttamente pronunciata da lui, e cioè che se andavi in auto nei dintorni del paese dovevi fare molta attenzione alle vacche dei Facchineri, le quali pascolavano liberamente dove volevano. Dovevi fare attenzione, e se ne incontravi una ti conveniva buttarti fuori strada con la macchina, perché in quel caso non era detto che saresti morto, ma se invece la investivi e la ammazzavi, allora morivi di sicuro. Papà racconta anche altre brutte esperienze del nonno negli anni in cui era direttore della Cassa Rurale. E sempre lui, quando già si trovava a Perugia da studente, negli anni Settanta, si vergognava di dire di essere calabrese, perché era il periodo in cui al paese si era in piena faida e ci si ammazzava per strada; a casa arrivavano le telefonate di minacce. Le mie zie ancora abitavano giù e per quello che hanno passato in quegli anni ancora oggi odiano con tutto il cuore Cittanova e sono intenzionate a non mettervi più piede.

È stato brutto anche leggere che il locale della ‘ndrangheta qui a Perugia viene principalmente da Cittanova.

Con gli anni mio padre ha cambiato decisamente atteggiamento e oggi è sempre più orgoglioso di dirsi calabrese, vorrebbe trasmettere quest’amore per la sua terra anche a noi. Io non posso dire come lui perché sono nata a Perugia e ho sempre vissuto qui, e sono stata veramente poco in Calabria, ma naturalmente provo un affetto particolare per questa regione, mi piace avere un cognome del Sud, e di conseguenza mi fa male leggerne i tanti mali.

N. Gratteri & A. Nicaso, Fratelli di sangue, voto = 3/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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