Cicisbei

Non ancora pronta a riprendere in mano la narrativa, ho letto quest’altro saggio, Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, di Roberto Bizzocchi. Dello stesso autore avevo già letto tempo fa In famiglia. Storie di interessi e affetti nell’Italia moderna.

Piacevole e interessante, il libro tratta, naturalmente, del fenomeno dei “cavalier serventi” delle dame nell’Italia del XVIII secolo, ovvero di quelle figure, generalmente nobili cadetti, che accompagnavano (“servivano” il verbo tecnico) le donne sposate durante gli impegni della vita sociale, con la piena approvazione del marito di lei. Un costume che oggi ci appare alquanto bizzarro, e l’autore individua l’inizio del cambiamento di mentalità soprattutto con la diffusione della nuova cultura romantica, con l’esaltazione dell’amore coniugale e della monogamia, dei valori della famiglia e delle virtù “eroiche” della donna come madre e moglie.
Nel Settecento, al contrario, il matrimonio, per le classi nobiliari e non solo, era di competenza delle famiglie e dei loro interessi, più che delle coppie di sposi, e trovarvi la propria realizzazione dal punto di vista erotico non era l’obiettivo principale; inoltre, all’interno dell’aristocrazia, vista la preferenza per il maschio primogenito, spesso l’unico “autorizzato” a contrarre matrimonio, numerosi erano i maschi celibi, per i quali l’istituzione della “servitù galante” poteva essere vista come una compensazione. In subordine rispetto al matrimonio, anche il cicisbeismo era un mezzo per stringere alleanze fra membri di diverse famiglie. Dal punto di vista delle donne, la cosa sembra più complessa, perché se è vero che, rispetto alle epoche precedenti, nel Settecento esse non furono più segregate in casa ma furono notevolmente più libere di condurre una vita più brillante e frequentare i divertimenti delle “conversazioni” (lo imponeva un generale ingentilimento dei costumi nobiliari sotto l’influsso della cultura francese, rispetto a quella, più severa e in passato dominante, spagnola), c’è da dire che lo stesso cicisbeo, spessissimo un amico di famiglia e del marito, che aveva il compito di accompagnare ovunque la dama, non era forse altro che un diverso strumento di controllo degli uomini sulle donne.
C’è da dire che l’autore forse esagera nel descrivere la pervasività di questo fenomeno nell’Italia del XVIII secolo (sembra che non ne fosse “immune” nessuna coppia sposata: ma è solo un’impressione, la mia, non si basa su alcuna prova) e il suo peso “politico”, anche se in generale è sempre attento, anche quando ne tratta gli aspetti più privati e “intimi”, ad avvisare che, naturalmente, quando si parla dei sentimenti delle persone e dei rapporti fra un uomo e una donna, è impossibile cercare di rendere tutte le sfumature che dovettero verificarsi nella vita vissuta: dame e cicisbei che vissero questa condizione come nient’altro che un “dovere” di ceto da sbrigare, mogli e mariti e cicisbei pacificamente conviventi come buoni amici, dame e cicisbei che finirono per divenire anche amanti appassionati. Di tutti questi casi l’autore riporta alcuni esempi tratti da diari, lettere, memoriali, eccetera, fornendo anche dettagli più o meno inediti sulla vita di alcuni illustri personaggi del passato (chi sapeva che Alfieri in gioventù era stato anch’egli cicisbeo di una nobildonna? o che le vite private dei fratelli Verri e di Beccaria erano di una complicazione incredibile?).
Su una cosa il libro mi ha lasciata perplessa (di nuovo, senza però poter fornire una giustificazione sulla base delle fonti a questi miei dubbi), e cioè quando, parlando delle possibili (ma non necessariamente verificatesi) implicazioni erotiche del rapporto fra una dama e il suo cicisbeo, Bizzocchi accenna al fatto che l’adulterio femminile (a quello maschile nessuno poneva limiti, naturalmente), e quindi la relativa incertezza sulla paternità della prole, erano visti con relativa (relativa, eh!) tolleranza nel Settecento rispetto alle epoche precedenti e future. Di questo non sono tanto sicura!
Forse il difetto che l’autore non riesce pienamente ad evitare è di presentare questo secolo come una specie di “epoca felice” in cui tutti erano liberi di fare ciò che desideravano: a parte che non mi convince quando cerca di assumere una relativa penetrazione dei costumi della nobiltà anche nei ceti “borghesi”, bene ha fatto, verso la fine, a precisare: “nel corso del libro non mi sono solo sforzato di ricondurre la presunta esoticità del cicisbeismo alle ragioni concrete della sua adeguatezza alla cultura dominante e alla struttura sociale della civiltà settecentesca: mi sono anche proposto di mettere in risalto il contenuto umano complesso di tante vicende inclassificabili sotto l’etichetta semplicistica e polemica della corrotta frivolezza. Spero di non avere così offuscato la realtà di costrizione, di doppiezza e per certi versi d’ipocrisia inerente alla pratica sistematica del costume: una realtà che valeva per le donne maritate, per gli uomini celibi, e anche per quelli sposati, sia come mariti che come serventi a loro volta di un’altra donna. [È impossibile] azzardare una valutazione percentuale sul numero di nobili maschi e femmine insoddisfatti della prospettiva di trovare istituzionalmente fuori del matrimonio un completamento della loro vita privata. Ma molti o pochi che fossero […] è certo che con la fine dell’Antico regime l’anelito a una riforma del modello matrimoniale ebbe una spinta decisiva” (pp. 305-306, corsivi miei). Tutto sommato, alla fine, dobbiamo ancora dire grazie alla cara vecchia Rivoluzione francese.

Lo stile di Bizzocchi è molto piano e colloquiale, spiritoso, brillante persino, in alcuni punti, cosa che non so decidere se, in un saggio storico, mi piaccia o meno: se il linguaggio è troppo tecnico o “scientifico”, può risultare freddo o noioso, se però è un po’ più letterario, mi viene da pensare “eh, se volevo leggere una prosa brillante prendevo un romanzo…”. Incontentabile!
Al solito, deliziosi gli squarci di vita che si animano dalle fonti e dalle voci degli uomini del passato, e mi immagino il piacere dell’autore nello scoprirli nel corso della sua ricerca (se c’è una cosa che traspare è l'”affetto” dello studioso per questi suoi “personaggi”).

Da un punto di vista più “egoistico”, la lettura di questo libro mi serviva anche per verificare la plausibilità del mio Andrea Antinòri (il cicisbeo di Ortensia) e sono contenta di essermelo immaginato in modo sostanzialmente fedele alla realtà storica, senza anacronismi.
In questi giorni ho fatto uno schemino per tentare di mettere un po’ d’ordine nel caos di questa storia (in realtà nella mia testa è tutto abbastanza chiaro, ma per i miei 2-3 lettori è un po’ difficile starci dietro), e ora che sono un po’ più libera vorrei scrivere qualcosa e ricopiare alcuni brani al computer.

Roberto Bizzocchi, Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, voto = 3/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

2 commenti

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna, Storie

2 risposte a “Cicisbei

  1. ma com’è questo ci hoffman (scritto cosi?)che stai leggendo?mi incusiosice assai

  2. Infatti potrebbe interessarti, è lo scopritore dell’LSD che parla di come c’è riuscito, degli esperimenti, etc. La prima parte è tutta chimica e io non c’ho capito niente, adesso parla degli effetti e della gente che l’ha provato, etc, è interessante. Quando l’ho finito te lo presto, se vuoi.

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