Passaporto all’iraniana

Ieri notte ho finito di leggere questo libro, Passaporto all’iraniana, acquistato, dopo averci pensato un po’ su, su IBS, visto che era in offerta. Una mezza delusione: l’idea di partenza sembrava veramente carina.
Una donna, nata in Iran ma residente in Francia ormai da tempo (la stessa autrice del libro, Nahal Tajadod, illustre sinologa, che narra in prima persona), si trova a Teheran e deve rinnovare il passaporto per poter fare, di lì a pochi giorni, ritorno a Parigi dal marito. Sorgono allora mille e mille complicazioni, alle quali si offre di ovviare una folla di personaggi, a cominciare dai fotografi cui si rivolge per la foto necessaria, a un dottore loro amico, parenti e amici vari, per venire a capo dell’estenuante burocrazia e delle astruse norme imposte dalla Repubblica islamica.
Mi aspettavo un libro divertente e ironico, e infatti si vede che l’autrice ci ha provato, ma non ne emerge in modo molto simpatico: a parte che si lagna e si lamenta in continuazione, ma deve proprio ricordarci in continuazione che a Parigi tiene conferenze affollatissime, che il marito è un intellettuale famosissimo, che vengono invitati al festival di Cannes, a pranzare col sindaco… Va bene, abbiamo capito! Sembra, a volte, che sia un po’ insofferente verso la cultura del suo Paese, ovvero, non sarà così, ma non sembra mai veramente partecipe e solidale con gli altri personaggi. Inoltre, la scrittura non prende mai ritmo, gli episodi si affastellano uno dopo l’altro ma in modo un po’ slegato, le battute e i commenti ironici sono fiacchi e un po’ ripetitivi.

Alcune scenette sono divertenti, e interessanti, come all’inizio, Nahal si reca nello studio del fotografo per fare una foto “islamicamente corretta”, senza trucco, senza capelli che escono dal foulard, senza sorridere. Sulla vetrina vede attaccate tante immagini di matrimoni… con il solo sposo visibile. Oppure ho scoperto l’estrema attenzione che gli iraniani pongono all’etichetta, il ta’orof, l’obbligo non scritto per cui bisogna sempre rifiutare, all’inizio, se qualcuno si offre di pagarci per un servizio (anche se si tratta del cliente che abbiamo portato in taxi dall’altra parte della città!), per cui quello è costretto ad insistere più e più volte. Ancora, la scena nel centro commerciale di Teheran, quando Nahal e un suo amico si trovano in un negozio di borse e all’improvviso passa la Guardia islamica, e il negoziante nasconde in tutta fretta i cataloghi di Louis Vitton. In generale, però, i rapporti con il potere teocratico dei cittadini non vengono indagati a fondo: emerge che gli iraniani sostanzialmente (almeno, quelli che conosce l’autrice) si ingegnano in mille modi per salvaguardare all’esterno la loro adesione ai precetti islamici, mentre in realtà la società civile sta sfuggendo di mano sempre più velocemente ai fanatici.
Mah, la quarta di copertina dice che “è un libro pieno di ironia e di affetto”, a me non è piaciuto granché.

Nahal Tajadod, Passaporto all’iraniana (trad. Camilla Testi), voto = 2/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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