Il testimone

È il periodo dei barbieri protagonisti di romanzi, evidentemente. Dopo Barney Thomson, eroe di La bottega degli errori e Il monastero dei lunghi coltelli, ecco Fëdor Petrovic, protagonista e io narrante de Il testimone di Il’ja Mitrofanov, ultimo libro letto.
Paragone improprio, in realtà, dettato solo dal dettaglio superficiale che entrambi i personaggi fanno i barbieri. In effetti, non ci potrebbero essere libri più diversi. Quelli di Douglas Lindsay sono romanzi umoristici, dal gusto grottesco, quello di Mitrofanov è drammatico, e sconcertante, e commovente perché la voce di Fëdor parla con una semplicità e un candore nella disperazione toccanti.
Siamo in Bessarabia, odierna Moldavia (questa terra promessa!!!), nel 1940: Hitler e Stalin hanno appena concluso il loro patto di non belligeranza e i sovietici occupano il paesino del protagonista, in cui la popolazione è di maggioranza russa e che prima si trovava sotto i rumeni. Subito parte la retorica dei “fratelli lavoratori”, della liberazione, del “non ci sono più i padroni”. La realtà è ben diversa, i padroni sono solo cambiati, e arriva anche una terribile carestia a seminare il terrore e la disperazione fra i poveri abitanti.
Il testimone è un altro romanzo di cui sono venuta a conoscenza grazie a una recensione (entusiasta) del Corriere della Sera. La scrittura di questo libro, di una poesia semplice e modesta, mi ha ricordato tanto quella di Giobbe, o de Il mercante di coralli, di Joseph Roth, e difatti sono sicura che piacerebbe molto a F, se glielo consigliassi, quando mi degnerò di rivolgergli nuovamente la parola.

Guardate quant’è bello questo pezzo:

“Dopo tre giorni, su ogni siepe — a distanza di due passi uno dall’altro — comparvero dei manifesti:

DOMENICA ALLE ORE 15 SI TERRA’ L’ASSEMBLEA SOLENNE DEI LAVORATORI, DEDICATA ALLA GIORNATA DELLA LIBERAZIONE DELLA BESSARABIA DAGLI OCCUPANTI ROMENILa presenza è obbligatoria per tutti

Al salone del barbiere, quella domenica, arrivano pescatori e contadini dei dintorni, per sistemare il proprio aspetto prima dell’assemblea. “Andarono tutti al circolo. […] Non era per tutti. Il circolo a Kotlovina per i romeni era come la chiesa per i cristiani ortodossi. Là dentro si riuniva gente distinta: avvocati, ufficiali, affittuari delle tenute nobiliari […]. Il posto, non c’è niente da dire, era signorile: grandi lampadari dappertutto, un palcoscenico e file di poltrone […]. Ed ecco che… prego, accomodatevi! Entra, straccione, senza scarpe a punta, con i postoly ai piedi, con passo leggero… Adesso siete voi i padroni qui dentro! Entra, non sentirti in soggezione…
Entrarono — con licenza parlando. Si riversarono come pecore nel recinto. Pescatori di Vasil’evka, ucraini di Krutoj Jar, bulgari di Vinogradovka. Non sapevano che cosa guardare per primo. […] Sentiamo — una voce scende dal palcoscenico, come dal cielo: «Entrate! Entrate, compagni! Sedetevi, compagni! C’è posto per tutti…».
I «compagni», quelli che per primi ce l’avevano fatta a entrare, si intimorirono. Toccarono i braccioli delle poltrone intagliate, ma sedersi come fossero i padroni, quello no, non osarono. Si sistemarono sul pavimento, nel passaggio. Il primo diede l’esempio, il secondo lo seguì. Si stiparono come semi in un sacco, stretti uno all’altro. A quel punto si fece di nuovo sentire la voce dal palcoscenico, ma questa volta mostrava stupore: «Compagni! Compagni! Sedetevi sulle poltrone! Le poltrone sono libere, compagni!».
Ma i «compagni» niente, come se non sentissero. Restarono seduti sul pavimento.
Mi sento a disagio a ricordare queste cose, mi vergogno. Ma sono successe, sono successe davvero… Eravamo ignoranti, analfabeti, tonti fino a quel punto. Oggi se dici a uno: siediti sulla poltrona! Se quello non trova un posto libero ti prende per il collo…
Toccai sulla spalla zio Vanja, il ciambellaio: «Ivan Nikanoryč» gli dissi. «Andiamo a sederci sulle poltrone… Oltretutto abbiamo anche il vestito buono…».
Ma zio Vanja mi guardò e sorrise, era una persona già anziana, ne aveva viste di cose: «No, Fedja…» mi rispose. «L’importante è non dare nell’occhio. Come fanno gli altri, facciamo anche noi…».
D’accordo, facciamo come tutti gli altri. E ci sedemmo anche noi sul pavimento. Ës’ka Finkel’štein davanti per via della bassa statura, zio Gica, il sarto, di lato; non voleva che quel vestito non suo restasse troppo in vista. Metti caso che il cliente lo noti e riconosca la stoffa… scoppia una lite, c’è poco da fare” (pp. 36-40).

Il’ja Mitrofanov, Il testimone (trad. Mario Alessandro Curletto), voto = 4/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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