Il vino e la carne

Finalmente! Ho finito Il vino e la carne di Ariel Toaff (sottotitolo: “Una comunità ebraica nel Medioevo”), che avevo iniziato addirittura il 7 luglio con la convinzione che ci avrei messo poco tempo.

Leggere questo libro non era affatto in programma, ma quando F mi ha mandato il messaggio in tono trionfante (“Ho finito il libro di toaff!”), e poi mi ha detto che gli era molto piaciuto, mi sono incuriosita e ho pensato, “bah, vediamo com’è”.

Penso che F non abbia letto molti saggi storici, per giudicare questo libro avvincente e interessante: a me è sembrato noiosissimo e piatto. Ogni giorno lo vedevo chiuso sulla mia scrivania e pensavo che “dovevo” leggerlo, ma… non ne avevo assolutamente voglia, era diventato proprio un obbligo. Uno dei punti di forza che indicava lui, e cioè che l’autore ricordava molti esempi concreti per illustrare le affermazioni generali che faceva, era una delle cose che mi indisponevano maggiormente nella lettura. Un caso concreto, va bene, due, ok, ma pagine intere di “e Mosè nel 1416 fece questo … e Salomone nel 1439 fece quest’altro … e nel 1492 ad Abramo successe quest’altro …” erano francamente estenuanti nella loro ripetitività. A proposito di ripetitività, l’autore aveva 2-3 concetti che gli stavano a cuore, e li ripeteva ossessivamente, tanto che potevi stare sicuro che a un certo punto sarebbe comparso il jolly della “predicazione minorita”…
E poi, diciamolo, alcune sezioni lasciavano un po’ il tempo che trovavano, perché quando diceva “la maggioranza dei matrimoni nelle famiglie ebree più ricche era decisa dalle famiglie, con poco spazio per la libertà di scelta degli sposi”, uno pensa: “Ma nooo?”. E difatti poche righe dopo: “… come del resto avveniva anche fra i cristiani”: e va beh, e allora, se è così scontato, evita di scriverci pagine e pagine. E come tutta la storia sui mercanti. Ma parlo io, di scrivere libri che non apportano significative novità nel sapere consolidato!
Ho trovato un errore da matita blu, proprio su Valdiponte! Il libro era incentrato sull’Umbria del tardo Medioevo, perciò compariva anche il “mio” monastero, chiamato però – orrore! – “convento” a p. 211. A p. 279 l’autore sembra dare particolare risalto a una sanctio che in realtà era inserita regolarmente in tutti i mandati pontifici dell’epoca: non posso credere che Toaff non lo sappia questo, ma dal testo parrebbe che a suo dire Sisto IV minacci “lo sdegno di Dio e dei beati apostoli Pietro e Paolo” solo su chi molesterà maestro Elia, come se non fosse una formula di uso comune nella cancelleria. Mah.

Non voglio dire che il libro sia tutto da buttare, i capitoli centrali, quelli da cui ci si poteva aspettare che emergessero notizie più caratteristiche della situazione della comunità ebraica e non generiche affermazioni che possono andare benissimo anche per i contemporanei cristiani (“Stregonerie, malefici e omicidi rituali”, “Convertiti, neofiti e apostati”, “Il copione della discriminazione”), erano i più interessanti.

Povero F, ci rimarrà male quando gli stroncherò il libro che era tanto fiero di aver finito?

Ariel Toaff, Il vino e la carne, voto = 2/5
Per acquistarlo su ibs.it o su libreriauniversitaria.it

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